Novecento. Un monologo

13 Apr , 2026 - Blog,Letture

Perché non sono mai sceso da quella nave (e perché dovreste salirci anche voi):

Diciamoci la verità: a volte compriamo libri spessi come mattoni solo per darci un tono sul treno o per usarli come fermaporta di design. Poi arriva Alessandro Baricco, scrive un libricino che si legge nel tempo di un caffè lungo e un paio di biscotti, e ti ribalta completamente la giornata.

Sto parlando di Novecento. Un monologo, un testo teatrale del 1994 che è un piccolo miracolo della letteratura italiana. Se non lo avete mai letto (o se avete visto solo il film di Tornatore, La leggenda del pianista sull’oceano, che è bellissimo ma la carta ha un altro sapore), mettetevi comodi.

Di cosa parliamo?

La trama è così assurda che potrebbe averla inventata solo un genio o uno che aveva esagerato con i cocktail sul ponte di prima classe.

Siamo sul Virginian, un piroscafo che fa avanti e indietro tra l’Europa e l’America negli anni Venti. Un giorno, un marinaio trova un neonato abbandonato in una scatola di cartone sopra il pianoforte della prima classe. Decide di adottarlo e lo battezza con un nome leggerissimo: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento.

Il ragazzo cresce sulla nave e scopre di avere un dono: è un pianista strabiliante. Suona una musica che non esiste da nessuna parte se non nella sua testa. La cosa incredibile? Novecento non scende mai a terra. Nemmeno per un giorno. Nemmeno per un gelato. Per lui il mondo intero inizia a prua e finisce a poppa. La nave è la sua casa, la sua patria e la sua tastiera.

Cosa funziona da Dio in questo libro

Se cercate un saggio filosofico pesante, avete sbagliato blog. Ma se cercate la poesia pura travestita da battuta da bar, siete nel posto giusto. Ecco cosa mi ha fatto letteralmente innamorare di questo testo:

  • La scrittura a ritmo di Jazz: Baricco non scrive, suona. Le frasi sono brevi, sincopate, piene di ritmo. Sembra davvero di sentire la tromba del narratore (Tim Tooney, il migliore amico di Novecento) che vi racconta la storia a notte fonda, magari con un bicchiere di bourbon in mano.
  • La leggerezza che pesa tantissimo: Fa ridere, sul serio. Ci sono scene bizzarre, come la “gara” di pianoforte con l’inventore del jazz, che sono scritte con un’ironia deliziosa. Eppure, tra una risata e l’altra, Baricco ti infila sottopelle una domanda da un milione di dollari: abbiamo davvero bisogno di infinite possibilità per essere felici, o basta saper governare quelle che abbiamo scelto?
  • Un protagonista indimenticabile: Novecento non è un pazzo e non è un asociale. È solo uno che ha capito che la terraferma è “una nave troppo grande”, con troppe strade, troppe donne, troppe case. Lui preferisce i limiti rassicuranti del piroscafo per essere libero di creare l’infinito sui tasti bianchi e neri.

In conclusione? Sono poco più di sessanta pagine. Potete leggerlo stasera prima di dormire. Ma vi avviso: la prossima volta che vedrete il mare, cercherete un pianoforte all’orizzonte.


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