Latinoamericana

31 Ott , 2025 - Blog,Letture

“Latinoamericana” (I diari della motocicletta) – Due ragazzi, una scassata e un intero continente

Se state cercando il classico saggio storico polveroso o l’autobiografia di un leader politico che si prende terribilmente sul serio, siete decisamente nel posto sbagliato. Latinoamericana (noto ai più anche come I diari della motocicletta) è, prima di tutto, il diario di bordo di una vacanza. Una vacanza incredibilmente faticosa, sconclusionata e affrontata con un budget che definire “ridotto” è un insulto alla parola budget.

Ma andiamo con ordine.

La trama (o meglio: due scappati di casa in sella a una “Poderosa”)

La storia è di una semplicità disarmante: siamo nel 1952 e due giovani studenti universitari argentini — Alberto Granado, biochimico di ventinove anni, ed Ernesto Guevara, ventitreenne medico in fieri (non ancora il “Che”, solo Ernesto) — decidono che è il momento di vedere il mondo. Come? Salendo in groppa a una scassatissima Norton 500 del 1939 battezzata, con un ottimismo degno di miglior causa, “La Poderosa II”.

L’obiettivo è attraversare l’America Latina: dall’Argentina al Cile, risalendo per il Perù e la Colombia, fino al Venezuela. Ovviamente la moto li abbandona quasi subito, costringendoli a proseguire a piedi, in autostop, sui camion dei passanti o persino su zattere improvvisate. Quello che doveva essere un viaggio di piacere si trasforma in un’avventura on-the-road totale, dove i due dormono dove capita (spesso in stazioni di polizia o ospedali grazie alla scusa della “ricerca medica”) e mangiano solo se qualcuno decide di avere pietà di loro.

Cosa funziona

La cosa che preferisco di questo libro è la sua freschezza. Dimenticate l’icona stampata sulle magliette: qui Ernesto è un ragazzo come noi, ironico, un po’ presuntuoso, che si gode la vita e che non si fa problemi a raccontare di quando è caduto rovinosamente in un fosso o di quando ha dovuto inventare una supercazzola medica per rimediare un pasto caldo.

Ecco cosa mi ha entusiasmato:

  • Il ritmo da “Buddy Movie”: Il rapporto tra Ernesto e Alberto è il vero motore della prima metà del libro. Si prendono in giro, si dividono l’ultimo pezzo di pane, corteggiano le ragazze del posto (con risultati spesso imbarazzanti) e affrontano i disastri con un’ironia tagliente.
  • La metamorfosi spontanea: La bellezza del diario sta nel vedere come lo sguardo del protagonista cambi un chilometro alla volta. Non c’è un’epifania improvvisa da film hollywoodiano. La trasformazione avviene toccando con mano la povertà delle miniere di rame in Cile, vedendo lo sfruttamento degli indigeni in Perù e vivendo per settimane in un lebbrosario in Amazzonia. La politica entra nel libro non come teoria ideologica, ma come inevitabile reazione umana all’ingiustizia.
  • Uno stile che si divora: Guevara scrive bene, ha una penna descrittiva notevole e un senso dell’umorismo asciutto che rende anche i momenti più drammatici accessibili e profondamente umani.

In breve: è un libro che fa venire voglia di fare lo zaino e partire (magari con un mezzo di trasporto più affidabile della Poderosa). Una lettura che consiglio sia a chi ama le storie di viaggio, sia a chi vuole scoprire l’uomo dietro al mito.


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