Perché, a trent’anni suonati, ho riletto “Il Piccolo Principe” (e ho pianto di nuovo)
Siamo onesti: chi di noi non ha mai citato “L’essenziale è invisibile agli occhi” per sembrare profondo in un momento di crisi esistenziale o, peggio, nella bio di Tinder?
Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry è quel classico che tutti pensiamo di conoscere a memoria. Ma l’altra sera, complice una serata di pioggia e una discreta dose di nostalgia, l’ho tirato giù dallo scaffale. Spoiler: fa ancora malissimo, ma in modo terapeutico.
Se lo avete dimenticato (o se eravate troppo impegnati a colorare i disegni alle elementari), ecco di cosa stiamo parlando.
La trama
La storia inizia con un aviatore che si schianta nel bel mezzo del deserto del Sahara. Già una situazione allegra. Mentre cerca di non morire di sete e di riparare il suo aereo, gli si presenta un ragazzino biondo con una sciarpa gialla che, invece di chiedergli dell’acqua, gli domanda a bruciapelo: “Mi disegni una pecora?”. Logico, no?
Questo biondino è il Piccolo Principe, un alieno (diciamolo chiaramente) che viaggia di asteroide in asteroide perché ha litigato con il suo fiore, una rosa decisamente drammatica e vanitosa. Durante il suo tour dello spazio prima di arrivare sulla Terra, incontra una serie di adulti uno più psicotico dell’altro: un re senza sudditi, un vanitoso che vuole solo applausi, un ubriacone che beve per dimenticare la vergogna di bere (il mio preferito per distacco), e un uomo d’affari che conta le stelle convinto di possederle.
Sulla Terra, poi, farà amicizia con una volpe che gli spiegherà il concetto di “addomesticare” e, beh… il finale lo sappiamo. Portate i fazzoletti.
Perché è un capolavoro (e non solo per bambini)
Se questo libro continua a vendere più di un bestseller di auto-aiuto, un motivo ci sarà. Ecco cosa ho amato follemente in questa rilettura:
- La totale mancanza di filtri: Il Piccolo Principe ha la micidiale capacità dei bambini di farti domande scomode e di non mollare l’osso finché non rispondi. Smonta tutte le nostre sovrastrutture da “adulti seri” con una semplicità disarmante.
- La satira sociale è ancora attualissima: L’uomo d’affari che conta le stelle per il puro gusto di possederle e accumularle è praticamente la descrizione perfetta di chi oggi vive per i follower o per i Bitcoin. Saint-Exupéry ci aveva visto lunghissimo già nel 1943.
- Le illustrazioni originali: Quegli acquerelli fatti dall’autore stesso sono parte integrante della magia. Il disegno dell’elefante dentro al boa (che tutti i “grandi” scambiano per un cappello) è il manifesto definitivo contro la mancanza di immaginazione.
- La filosofia formato tascabile: Riesce a parlare di legami, responsabilità, solitudine e morte senza mai usare paroloni o fare la predica. Ti arriva dritto allo stomaco con la delicatezza di una piuma.
“I grandi non capiscono mai niente da soli, ed è faticoso per i bambini star sempre lì a dargli delle spiegazioni.” Ragazzo mio, quanto avevi ragione.
In definitiva, se pensate che sia solo una favoletta per l’infanzia, vi state sbagliando di grosso. È un manuale di sopravvivenza emotiva per non trasformarsi in quegli adulti grigi e noiosi che abbiamo giurato di non diventare mai.



