Il farmacista di Auschwitz

18 Dic , 2011 - Blog,Letture

Diciamoci la verità: quando decidiamo di approcciare un libro che ha “Auschwitz” nel titolo, sappiamo già che non stiamo per immergerci in una commedia romantica da leggere sotto l’ombrellone sorseggiando un mojito. Ci prepariamo psicologicamente al peso sul petto. Eppure, Il farmacista di Auschwitz di Dieter Schlesak riesce a scardinare anche le difese del lettore più corazzato, e lo fa prendendoci per la giacca fin dalle prime pagine.

Ma andiamo con ordine, prima che vi venga voglia di cambiare pagina per cercare gattini su Instagram.

La trama

Il libro ruota attorno a una figura storica tanto reale quanto agghiacciante: Viktor Capesius. Prima della guerra, Capesius è un uomo normalissimo. Fa il farmacista a Sighișoara, in Transilvania, è il classico professionista stimato, sorridente nelle foto d’epoca in spiaggia, uno che vende pastiglie per la gola e regala caramelle ai bambini dei vicini.

Poi arriva la guerra, Capesius indossa la divisa delle SS e lo ritroviamo ad Auschwitz. Diventa il capo farmacista del campo. E qui la boccetta dello sciroppo viene sostituita dai barattoli di Zyklon B. La cosa devastante? Sulla rampa del campo di concentramento, Capesius si ritrova a selezionare per le camere a gas proprio i suoi vecchi compaesani, le persone che andavano a comprare le medicine da lui, guardandoli negli occhi e dicendo loro, con la calma del vecchio bottegaio: “Andate a fare un bagno, vi farà bene”.

L’autore, Dieter Schlesak, costruisce questo “romanzo-documentario” mescolando atti del processo di Francoforte (degli anni ’60), deposizioni reali e un solo personaggio inventato, Adam, che fa da collante e dà voce a chi non può più parlare.

Perché dovreste leggerlo

Dal punto di vista letterario e umano questo libro è un gioiello raro. Ecco cosa ho amato di più:

  • Zero retorica, massima potenza: Schlesak non fa il moralista e non usa toni strappalacrime da fiction televisiva. Lascia parlare i fatti, i verbali, la cruda realtà. Questa “secca sobrietà” (come l’ha definita Claudio Magris) rende il libro potente come un montante al mento. Non c’è filtro, e ironicamente è proprio questo a renderlo magnetico.
  • La struttura a mosaico: Non è il classico romanzo lineare che rischia di annoiare. È un mix di verbali di tribunale, ricordi e riflessioni. Si legge quasi come un’indagine psicologica e giudiziaria. Se amate il genere true crime, qui siamo ai livelli massimi della storia dell’umanità.
  • L’effetto specchio (terrificante ma necessario): Il grande pregio del libro è che non ci mostra un “mostro” nato cattivo. Ci mostra la “banalità del male”. Capesius è un burocrate, un uomo mediocre che si adatta al sistema per fare carriera. Finita la guerra, è tornato a fare il farmacista tranquillo fino alla vecchiaia, convinto di non aver fatto nulla di male perché “eseguiva gli ordini”. Ti costringe a chiederti: cosa faremmo noi al suo posto? Una domanda scomoda, ma che un buon libro ha il dovere di farti.

Nota di sopravvivenza per il lettore: Non è una lettura da fare tutta d’un fiato. Io ho dovuto chiuderlo ogni tanto, guardare il muro per cinque minuti e ricordarmi che fuori dalla mia finestra c’è il 2026 e non il 1944. Funziona, ve lo assicuro.

In conclusione, non è un libro “leggero”, ma è un libro necessario. Se siete stanchi delle solite storie romanzate sulla guerra e volete capire davvero come la normalità possa scivolare nell’orrore con la stessa facilità con cui si passa un’aspirina sul bancone, fatevi un favore: compratelo.


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