Auschwitz, ero il numero 220543

1 Nov , 2013 - Blog,Letture

Quando scambiarsi la giacca è un’ottima pessima idea

Diciamoci la verità: se oggi vi proponessero uno scambio di identità per fare un fine settimana in un posto “alternativo”, probabilmente pensereste a un resort strano o a un weekend survivalista nei boschi. Ma nel 1944, Denis Avey ha deciso che il trend del momento era un altro. Ha deciso di entrare ad Auschwitz. Volontariamente. Sì, avete letto bene.

Oggi parliamo di Auschwitz, ero il numero 220543, scritto a quattro mani da Denis Avey e dal giornalista della BBC Rob Broomby. Un libro che vi prenderà a schiaffi, ma in senso buono (se esiste un senso buono per ricevere schiaffi).

Di cosa parliamo?

La trama, che poi è una storia vera da non crederci, ruota attorno a Denis Avey, un soldato britannico con la propensione a non starsene mai fermo e un temperamento che definire “testardo” è un eufemismo. Catturato in Nord Africa, Denis finisce in un campo di prigionia per soldati alleati, lo Stalag VIII-B, che si trova proprio di fianco ad Auschwitz III (Monowitz).

Mentre molti si sarebbero giustamente concentrati sul sopravvivere e basta, Denis nota i prigionieri ebrei – ombre magre e sfinite con la divisa a righe – che lavorano nella vicina fabbrica di gomma della IG Farben. Invece di voltarsi dall’altra parte, gli viene l’idea più folle e coraggiosa del secolo: scambiare i propri vestiti (e la propria identità) con un prigioniero ebreo, Hans, per entrare nel campo di sterminio, vedere con i propri occhi cosa sta succedendo e poterlo raccontare al mondo. Il tutto per ben due volte.

Perché dovete assolutamente leggerlo

Se state pensando “Oh no, un altro libro deprimente sulla guerra”, fermatevi un secondo. C’è molto di più. Ecco cosa ho amato follemente di questo libro:

  • Un ritmo da spy-story: La scrittura di Broomby, unita ai ricordi di Avey, trasforma una memoria storica in un thriller ad altissima tensione. Quando Denis si infila la divisa a righe e cammina verso i cancelli, vi assicuro che vi dimenticherete di respirare. La suspense è reale, palpabile, quasi fisica.
  • La totale assenza di “retorica da santino”: Denis Avey non viene dipinto come un supereroe senza macchia e senza paura. Anzi, traspare il suo carattere spigoloso, a tratti arrogante, rabbioso e decisamente impulsivo. Ed è proprio questo che lo rende umano. Non serve essere perfetti per fare la cosa giusta; a volte basta essere incredibilmente testardi e incazzati neri contro l’ingiustizia.
  • La dose di speranza (nonostante tutto): In mezzo all’inferno più totale, il fulcro del libro è un atto di solidarietà pura. Denis rischia la vita non per gloria, ma per dare una testimonianza e per aiutare un altro essere umano. Se cercate un motivo per non perdere del tutto la fiducia nell’umanità, lo trovate in queste pagine.
  • Il focus sul “dopo”: Il libro non finisce con la liberazione. Una delle parti più potenti è il racconto del ritorno a casa e del disturbo post-traumatico da stress. Ci mostra come Denis abbia dovuto convivere con quei fantasmi per decenni in silenzio, prima di riuscire a svuotare il sacco. Un aspetto psicologico che raramente viene approfondito così bene.

In sintesi? È un libro potente, che scorre via veloce come un romanzo ma che pesa come un macigno sul cuore. Un promemoria perfetto del fatto che, di fronte all’orrore, l’indifferenza è l’unico vero peccato imperdonabile.


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