Tre viaggi al prezzo di uno: nel profondo della Terra e nel caos del Messico con Jules Verne
Ciao a tutti, anime erranti e divoratori di pagine! Oggi facciamo un salto nel passato, ma senza macchina del tempo. Parliamo di Jules Verne, l’uomo che ha praticamente inventato la fantascienza e i viaggi straordinari quando l’unico modo per spostarsi velocemente era sperare in un cavallo particolarmente motivato.
Invece di concentrarci sui soliti sottomarini o sui viaggi lunari, oggi mettiamo a confronto due perle: il colosso “Viaggio al centro della Terra” e il decisamente meno noto (ma folle) “Un dramma al Messico – Dieci ore di caccia”. Mettetevi comodi.
Viaggio al centro della Terra (1864)
Di che cosa parliamo?
Prendete un professore tedesco di mineralogia con la pazienza di un gatto stirato, suo nipote Axel (il classico ansioso che vorrebbe solo starsene a casa a bere tisane) e una guida islandese talmente stoica da far sembrare una roccia un tipo emotivo. Decifrando un antico pergameno, questo trio decide che calarsi nel cratere di un vulcano spento in Islanda sia un’ottima idea per un weekend alternativo. Il problema? Funziona. Si ritrovano a camminare tra oceani sotterranei, funghi giganti e dinosauri che non hanno ricevuto il memo sull’estinzione.
Perché è un sì assoluto?
- L’immaginazione sfrenata: Verne prende la geologia dell’Ottocento e la trasforma in un parco giochi pazzesco. Quando arrivano al mare interno sotterraneo, ti sembra davvero di sentire l’odore di zolfo e l’aria umida sulla pelle.
- Le dinamiche di coppia (anzi, di trio): Il contrasto tra l’entusiasmo cieco dello zio Lidenbrock e i continui attacchi di panico di Axel fa morire dal ridere. Se fosse scritto oggi, sarebbe una perfetta commedia da viaggio on the road.
- Il ritmo: Nonostante le digressioni scientifiche (Verne ama spiegare ogni singola pietra che calpesta), la tensione non cala mai. Vuoi costantemente sapere se riusciranno a tornare in superficie o se finiranno digeriti da un ittiosauro.
Un dramma al Messico – Dieci ore di caccia (1851)
Di che cosa parliamo? (La trama in breve)
Qui siamo davanti a un Verne alle prime armi (è uno dei suoi primissimi racconti). La storia segue il tradimento a bordo di due navi della marina spagnola nel 1825. Un gruppo di ufficiali ribelli decide di ammutinarsi, far fuori i lealisti e vendere le navi al governo messicano appena nato. Ma il Messico dell’epoca non è esattamente un resort cinque stelle: per riscuotere il denaro, i traditori devono attraversare a piedi una terra selvaggia, affrontando indigeni poco amichevoli, scalate epiche e una natura che tenta attivamente di ucciderli.
Perché è un sì assoluto?
- È un concentrato di pura azione: Essendo un racconto breve, non c’è spazio per i soliti spiegoni scientifici di Verne. Si spara, si tradisce e si corre fin dalla prima pagina.
- Le descrizioni esotiche: Verne descrive il Messico con i colori accesi di chi non c’è mai stato ma ha letto ottimi diari di viaggio. I paesaggi montani, i passi vulcanici e la giungla sono vividi e cinematografici.
- Il karma in diretta: C’è una soddisfazione quasi sadica nel vedere come il piano perfetto dei “cattivi” vada in fumo pezzo dopo pezzo a causa della loro stessa avidità.
…E per non farci mancare nulla: Dieci ore di caccia (1859)
Di che cosa parliamo?
Dimenticate i dinosauri e i tradimenti geopolitici: qui Verne ci porta nella campagna francese e abbassa drasticamente la posta in gioco, ma alza il livello di comicità. Il protagonista è un socio del “Club dei Cacciatori” che, per non perdere la faccia davanti ai colleghi, si imbarca in una sgangherata battuta di caccia di dieci ore. Accompagnato da un contadino e da un cane che ha una concezione molto personale del riporto, il nostro eroe passerà la giornata a mancare clamorosamente qualsiasi cosa si muova, a infilarsi nei guai e a dare la caccia a una pernice che sembra avere un quoziente intellettivo superiore al suo.
Perché è un sì assoluto?
- L’autoironia di Verne: È rinfrescante vedere l’autore dei grandi viaggi epici che prende in giro la borghesia del suo tempo e le sue manie. È una satira brillante che fa sorridere dall’inizio alla fine.
- Il ritmo da “comica muta”: Le dieci ore sono scandite come un conto alla rovescia verso il fallimento. Gli incidenti si susseguono con i tempi comici perfetti di una moderna sitcom.
- Il finale: Non spoileriamo, ma la degna conclusione della giornata vi farà rivalutare tutti quei momenti in cui siete tornati a casa a mani vuote dopo aver fatto la spesa.



