Mein Kampf

15 Ott , 2016 - Blog,Letture

Diciamoci la verità: ci sono libri che compri per fare bella figura sulla libreria, altri che leggi per svago, e poi ci sono quelli che apri sperando che la finzione letteraria superi la realtà. Purtroppo, nel caso di oggi, la realtà ha superato di gran lunga la noia della pagina scritta. Oggi parliamo di Mein Kampf (“La mia battaglia”), l’opera prima (e per fortuna unica) di un imbianchino austriaco con evidenti problemi di gestione della rabbia: Adolf Hitler.

Di cosa parla?

Definire questo mattone un romanzo sarebbe un insulto a qualsiasi cosa contenga della carta, ma se dobbiamo trovare un filo conduttore, il libro si divide essenzialmente in due parti.

La prima è una sorta di autobiografia fortemente romanzata scritta nel 1924 mentre l’autore si trovava nella prigione di Landsberg, a seguito del fallito colpo di stato di Monaco. Hitler ci racconta della sua giovinezza a Vienna, del suo amore per la pittura (purtroppo non corrisposto dall’Accademia di Belle Arti), della Prima Guerra Mondiale vissuta in trincea e della sua progressiva “illuminazione” politica.

La seconda parte abbandona ogni pretesa narrativa e si trasforma in un manifesto programmatico. L’autore ci spiega, con la stessa delicatezza di un trattore in un negozio di cristalli, come ha intenzione di rifondare il partito nazionalsocialista, distruggere il comunismo, risolvere quella che lui chiama la “questione ebraica” ed espandere la Germania verso est in cerca del famigerato Lebensraum (lo spazio vitale). In pratica, uno spoiler gigante e accuratissimo di tutto il disastro che avrebbe combinato tra il 1939 e il 1945.

Cerchiamo il lato positivo (Sì, ci ho provato)

Trovare aspetti positivi in un testo che ha gettato le basi per la più grande tragedia del Novecento è un esercizio di equilibrismo mentale notevole, ma se lo guardiamo da una prospettiva puramente accademica e di “utilità collaterale”, qualcosa c’è:

  • Un eccezionale manuale di trasparenza: Il pregio più grande di questo libro è che non inganna nessuno. Spesso i politici dicono una cosa e ne fanno un’altra; Hitler no. Nel Mein Kampf c’era già scritto tutto. Se i leader europei dell’epoca lo avessero letto davvero (invece di usarlo probabilmente come fermaporta), forse non sarebbero rimasti così “sorpresi” dalle sue mosse successive. È l’equivalente storico di un cattivo dei film che ti spiega il suo piano malefico nei minimi dettagli prima di metterlo in atto.
  • Valore storico documentario: Dal punto di vista della ricerca, è una fonte primaria insostituibile per capire i meccanismi della propaganda, del risentimento sociale e della manipolazione delle masse nella Germania degli anni ’20. Ci mostra esattamente come la frustrazione per una crisi economica possa trasformarsi in delirio di onnipotenza.
  • Un ottimo sonnifero letterario: Se soffrite di insonnia, lo stile di Hitler è una garanzia. È ripetitivo, ridondante, pieno di metafore ossessive e con una sintassi che farebbe piangere qualsiasi professore di italiano (e di tedesco). Da un punto di vista stilistico, la sua bocciatura alla scuola d’arte trova una parziale spiegazione nella sua totale incapacità di gestire il ritmo e l’estetica delle parole.

In conclusione: un libro che ha cambiato il mondo, purtroppo in peggio, e che dimostra come a volte la mediocrità di scrittura possa viaggiare parallela alla pericolosità delle idee. Leggetelo solo se avete uno stomaco forte e una grande passione per la storia contemporanea. O se avete un tavolo che traballa parecchio.


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