Quando un obiettivo fa la differenza (e non parlo di marketing)
Diciamoci la verità: quando prendi in mano un libro che ha “Auschwitz” nel titolo, sai già che non ti stai preparando per una lettura leggera da spiaggia con cocktail in mano. Ti armi di fazzoletti, prepari lo stomaco e ti sintonizzi su “modalità magone”. Però, tra le mille storie tragiche di quel periodo, ce ne sono alcune che riescono a ribaltare la prospettiva. Il fotografo di Auschwitz di Maurizio Onnis e Luca Crippa è esattamente una di queste.
Ma prima, un attimo di contesto per capire di cosa stiamo parlando.
Di cosa parla?
Il libro racconta la storia (vera, ed è questo che fa venire i brividi) di Wilhelm Brasse, un giovane fotografo polacco che, avendo commesso il “grave errore” di non voler giurare fedeltà a Hitler, finisce dritto ad Auschwitz.
Ora, in un posto dove la speranza di vita si misurava in settimane, Brasse ha un’intuizione o, per meglio dire, una botta di fortuna clamorosa legata al suo talento: i nazisti scoprono che sa usare la macchina fotografica come pochi altri. Invece di mandarlo ai lavori forzati, lo piazzano nel servizio di identificazione del campo. Il suo compito? Fotografare tutto. E quando dico tutto, intendo proprio tutto: i volti dei prigionieri appena arrivati, gli ufficiali delle SS che volevano il ritratto da mandare a casa alla fidanzata (la quintessenza del macabro) e, purtroppo, anche i terrificanti esperimenti medici del dottor Mengele.
Brasse si ritrova così in una posizione assurda: è un prigioniero, ma ha accesso a strumenti, stanze calde e persino a un briciolo di cibo in più. Ma soprattutto, ha un obiettivo fotografico che diventa il testimone silenzioso dell’orrore. Quando capisce che la guerra sta per finire e che i nazisti vogliono bruciare tutto per non lasciare tracce, Brasse decide di rischiare la pelle per salvare quegli scatti. Perché scattare è un lavoro, ma disobbedire è un dovere.
Perché dovresti assolutamente leggerlo
Se stai pensando “Ok, la solita mazzata emotiva”, fermati un secondo. Ecco perché questo libro merita un posto d’onore nella tua libreria:
- Il ritmo da spy-story: Gli autori hanno il grandissimo pregio di non aver scritto un saggio storico accademico di quelli che dopo tre pagine ti fanno venire voglia di guardare il soffitto. La narrazione è fluida, incalzante, quasi un thriller. Ti ritrovi a fare il tifo per Brasse mentre nasconde i negativi, con l’ansia che un ufficiale entri nella stanza da un momento all’altro.
- La prospettiva inedita: Siamo abituati a vedere Auschwitz con gli occhi di chi ha subito la fame o il lavoro stremante. Qui guardiamo il campo attraverso un mirino. Questa distanza “ottica” rende paradossalmente tutto ancora più nitido e potente. L’ossessione dei nazisti per la burocrazia e la catalogazione viene fuori in tutta la sua folle precisione.
- La celebrazione della resistenza silenziosa: Non tutti gli eroi portano il mantello o imbracciano un fucile. Brasse resiste salvando la memoria. Il libro ti lascia addosso una strana scarica di positività: ti ricorda che anche nel posto più buio del mondo, l’essere umano può decidere di non spegnersi del tutto. E scusate se è poco.
Insomma, è un libro che si divora in un paio di sere. Certo, non vi lascerà il sorriso sulle labbra, ma vi stamperà in testa una storia che farete fatica a dimenticare.



