Calcio, foschia e fantasmi del passato
Diciamoci la verità: quando pensiamo a Giorgio Faletti, la mente va subito a quel pezzo da novanta di Io uccido, con le sue atmosfere americane, i serial killer teatrali e i brividi da thriller d’oltreoceano. Ecco, prendete tutto questo, accartocciatelo e buttatelo nel cestino. Con Tre atti e due tempi, Faletti decide di giocare in un altro campionato. Letteralmente.
Se vi state chiedendo se valga la pena recuperare questo romanzo breve, vi tolgo subito il dente: sì, ma dimenticatevi l’FBI. Qui siamo in provincia, tra la nebbia, il profumo di erba tagliata e il rumore dei tacchetti negli spogliatoi.
Di cosa parliamo quando parliamo di Silvano Masoero
La storia si sviluppa nei tempi e nei modi di una partita di calcio. Il protagonista è Silvano Masoero, detto “Silver”, un uomo che in passato ha assaggiato il palcoscenico della Serie A ma che, per una serie di scelte decisamente rivedibili, ha finito per masticare polvere. Oggi fa il magazziniere per una squadra di Lega Pro, una di quelle realtà di provincia dove il calcio è ancora una questione di campanile, fango e sogni bagnati.
Silver vive nell’ombra, galleggiando tra i ricordi di ciò che avrebbe potuto essere e la grigia realtà del presente. Le cose però si complicano maledettamente quando suo figlio Roberto, una giovane promessa del calcio schiacciata dal peso del cognome e dalle aspettative, finisce al centro di un brutto giro di calcioscommesse. Per salvare il figlio e, forse, riscattare una vita intera spesa a fare la mossa sbagliata, Silver dovrà rimettersi in gioco. Non sul campo, ma dietro le quinte, dove le partite si vincono e si perdono prima del fischio d’inizio.
Perché vi dico che merita
La cosa che più mi ha colpito — e che mi ha fatto riconciliare con il Faletti post-thriller — è la sua incredibile capacità di dipingere la malinconia senza farvi venire voglia di piangere nel gelato.
Ecco i tre motivi per cui, secondo me, questo libro fa centro:
- I personaggi sembrano veri (anche troppo): Silver non è un eroe. È un uomo ammaccato, uno che ha sbagliato tutto lo sbagliabile ma che conserva una dignità di fondo che ti fa fare il tifo per lui dal primo minuto. Faletti scava dentro i rimpianti con il bisturi, regalandoci figure umane, fragili e terribilmente reali.
- La metafora del calcio funziona da dio: Dividere il libro in “tempi” e “atti” non è solo un giochino stilistico. Il ritmo della narrazione segue la tensione di una partita vera. C’è l’attesa dello spogliatoio, la fatica del secondo tempo e il fiatone finale. Se amate il calcio romantico, quello lontano dai miliardi dei diritti TV, ci andrete a nozze.
- La scrittura è “pulita”: Rispetto ad altri suoi lavori più corposi, qui Faletti asciuga la penna. Meno fronzoli, meno descrizioni chilometriche, più dialoghi serrati e un’atmosfera noir di provincia che si taglia con il coltello.
Insomma, Tre atti e due tempi è un libro che si legge d’un fiato (sono poco più di 150 pagine, perfetto per un weekend). Non vi cambierà la vita, d’accordo, ma vi lascerà addosso quel piacevole retrogusto di una storia scritta da qualcuno che l’animo umano lo sapeva leggere davvero bene.



