L’arte della felicità

14 Ott , 2011 - Blog,Letture

Chi ha tempo di essere felice? (Spoiler: tu, secondo il Dalai Lama)

Diciamoci la verità: se l’idraulico vi ha appena chiesto l’equivalente di un rene per riparare un tubo, o se il gatto ha deciso che il vostro nuovo tappeto è il posto ideale per rimettere, la parola “felicità” è l’ultima cosa che vi viene in mente. Eppure, qualche tempo fa mi sono imbattuto in un classico che prometteva miracoli: L’arte della felicità, nato dal super-confronto tra lo psichiatra occidentale Howard C. Cutler e nientepopodimeno che Sua Santità il Dalai Lama.

Sì, lo so cosa state pensando. “Facile essere felici se passi la giornata a meditare sull’Himalaya senza il dramma della dichiarazione dei redditi!”. Ma restate con me, perché questo libro riserva delle sorprese.

Di cosa parliamo esattamente?

Non aspettatevi un romanzo d’azione con colpi di scena o inseguimenti. Il libro è strutturato come una lunghissima, fittissima chiacchierata. Da un lato abbiamo il dottor Cutler, che bombarda il Dalai Lama con le tipiche nevrosi, domande e ansie dell’uomo occidentale moderno. Dall’altro abbiamo Tenzin Gyatso (il Dalai Lama, per gli amici), che risponde con una calma serafica capace di far sentire in colpa anche un monaco zen.

Il fulcro di tutto il testo è disarmante nella sua semplicità: la felicità non è un colpo di fortuna, ma una disciplina mentale. È un’arte che va allenata, esattamente come gli addominali (con la differenza che per questa non serve l’abbonamento in palestra).

Perché dovreste leggerlo

Se temete che il libro sia un mattone di filosofia buddista incomprensibile, vi rassicuro subito. Ecco cosa ho adorato:

  • Pragmatismo allo stato puro: Il Dalai Lama è incredibilmente terra-terra. Non vi dice di fluttuare nell’aria o di digiunare per tre mesi. Vi spiega, per esempio, come trasformare la rabbia e il risentimento in qualcosa di utile, o come distinguere il sesso/passione dall’amore duraturo.
  • Il contrasto Est-Ovest: Il bello del libro sta nei tentativi di Cutler di “psicanalizzare” la massima autorità del buddismo tibetano, per poi rendersi conto che le risposte del Dalai Lama, pur essendo millenarie, anticipano spesso le più moderne scoperte delle neuroscienze.
  • Un’iniezione di ottimismo (senza melassa): Non c’è quella positività tossica del tipo “Sorridi alla vita e l’universo ti manderà un milione di euro”. C’è invece la consapevolezza che la sofferenza esiste, fa schifo, ma il modo in cui reagiamo dipende interamente da noi. Il che, se ci pensate, è un superpotere.

“Se una situazione si può risolvere, non c’è bisogno di preoccuparsi. Se non si può risolvere, preoccuparsi non serve a nulla.” (Ok, Sua Santità ha perfettamente ragione, anche se spiegarlo alla mia ansia alle tre del mattino resta un’impresa).

In definitiva, L’arte della felicità è quel genere di lettura che vi lascia addosso una strana sensazione di calore e la voglia di essere un po’ più gentili, persino con quel collega che vi ruba sempre lo yogurt dal frigo dell’ufficio.


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